"In Italia si continua a morire per immigrazione e le due notizie che riportiamo di seguito sono emblematiche della grave situazione che ancora persiste. Non è bastato il grave massacro sul mare dell'autunno passato per fare cambiare atteggiamento da parte dell'Italia e dell'Europa, roccaforti di falso benessere, che attrae, come un rifugio, masse di disperati che scappano dalle guerre e dalla fame. Guerre e fame che non sono altro che il prodotto dell'imperialismo capitalista globalizzato, che sottrae risorse e materie prime ai popoli portandoli alla fame e, talvolta, li costringe con la violenza a sottomettersi al proprio dominio, come è accaduto in Libia e come sta cercando di fare in Siria, in Ucraina e in Venezuela, dove il copione è sempre lo stesso: provocare false rivolte popolari contro presunti regimi dittatoriali per far scattare un intervento esterno per sconfiggere i sistemi politici vigenti e imporre il dominio dei paesi imperialisti più forti (USA, Francia e Inghilterra in primis).
Ecco perché pensiamo siano strettamente collegabili le morti di immigrati con questo sistema imperialista che domina nel mondo. La morte di Majid poi dimostra la mostruosità dei CIE e della complicità dell'attuale casta politica nel negare ad ogni essere umano la libertà! Per questo in quanto comunisti chiediamo fortemente la chiusura di qualsiasi presunta struttura di accoglienza e la libertà per tutti coloro che sono lì rinchiusi.
Circolo Culturale Proletario di Genova"
Immigrati, una strage di donne e bambine
— Carlo Lania, ROMA, 13.5.2014 “Il Manifesto”
Immigrazione. 17 i corpi recuperati, tra i quali anche due bimbe
Gli immigrati supersiti a bordo della nave Grecale
© Reuters
Una strage di donne e di bambine. E’ sempre più drammatico il bilancio dell’ultimo naufragio di migranti nel Mediterraneo. Delle 17 salme recuperate fino a ieri dai militari dell’operazione Mare nostrum 12 appartengono a donne e due ad altrettante bambine, una di pochi mesi e una di massimo due anni, a ulteriore prova di come a pagare i costi più alti di queste fughe da guerra e disperazione siano soprattutto i più deboli. Tre sono invece i corpi degli uomini recuperati. Unica nota positiva, se così si può dire, è che a bordo dell’imbarcazione affondata lunedì potrebbero non esserci state 400 persone, come si riteneva all’inizio, ma molte meno. «Sui dispersi non vi posso dare certezze, ma questa barca è come quelle che si vedono spesso e i numeri su questi natanti vanno dai 200 ai 250 passeggeri al massimo per volta», ha detto ieri il comandante della nave Grecale, Stefano Frumento, ridimensionando così il numero dei dispersi.
L’immigrazione diventa intanto terreno
di scontro tra Roma e Bruxelles che si rimpallano la responsabilità
degli interventi a favore dei migranti insufficienti ad evitare nuove
morti. E i toni crescono per tutta la giornata, con il portavoce della
commissaria per gli Affari interni Cecilia Malmstrom che rivela di aver
chiesto più volte all’Italia di cosa avesse bisogno per far fronte ai numerosi
barconi che arrivano lungo le coste siciliane e il ministro degli Interni
Alfano che replica definendo «parole fra il provocatorio e il ridicolo»
quelle che arrivano da Bruxelles. Fino a sera quando una telefonata
tra Alfano e la stessa Malmstrom sancisce la tregua. Almeno ufficialmente
e almeno fino al prossimo scontro.
E’ chiaro ormai da tempo che l’immigrazione sarà uno dei temi caldi che caratterizzerà
il semestre di presidenza italiana che comincerà dal prossimo mese di
luglio. Del resto Roma ha più volte chiesto a Bruxelles di rivedere la
politica troppo rigida adottata finora dall’Unione europea nei confronti
dei disperati che vedono proprio nell’Europa una possibilità di salvezza
da guerre, persecuzioni e miseria. Lunedì, giorno in cui l’ultimo barcone
è naufragato a poche miglia dalle coste libiche, per la verità un
cambio di marcia da parte della stessa Malmstrom c’è stato. Mentre Alfano
denunciava per l’ennesima volta come l’Italia fosse stata lasciata sola ad
accogliere i migranti, la commissaria ha chiesto ai paesi membri di
«impegnarsi nella ricollocazione dei rifugiati direttamente dai campi
fuori la Ue e nell’apertura di canali legali» di ingresso. E anche se
è vero che dopo la tragedia che si è consumata a Lampedusa
il 3 ottobre scorso, alle tante promesse non è seguito neanche un
fatto, l’apertura della Malmstrom potrebbe significare un importante cambio
di linea.
A fare infuriare Alfano sono le dichiarazioni rilasciate dal portavoce
della Malmstrom, Michele Cercone: «La commissaria a marzo ha inviato
una lettera alle autorità italiane dando la disponibilità della Commissione
per verificare quali altri misure concrete possano essere messe in campo.
Ma non abbiamo ricevuto indicazioni precise», spiega. E per quanto
riguarda la possibilità che altri Paesi accolgano i richiedenti asilo
sbarcati in Italia, come sollecitato da Alfano, «noi all’Ue possiamo
finanziare il ricollocamento dei rifugiati ma non possiamo obbligare
i paesi ad accoglierli».
Immediata la replica del ministro, che ricorda di aver presentato all’Ue quattro richieste precise: «La prima: accoglienza umanitaria in Africa, in particolare in Libia. La seconda: il soccorso in mare deve farlo l’Europa attraverso Frontex. La terza è che Frontex abbia una sede in Italia e non a Varsavia. Infine, elemento importantissimo — conclude Alfano — siccome i migranti non vogliono stare in Italia, devono avere la possibilità di esercitare il diritto di asilo politico anche nel resto di Europa. Altrimenti trasformiamo l’Italia nella prigione dei rifugiati politici». Una possibilità quest’ultima sollecitata anche dal ministro della Difesa Roberta Pinotti. «Sia l’Europa ad assumersi una responsabilità — spiega il ministro al Copasir — e noi pensiamo che sia importante anche l’intervento dell’Onu, perché i due terzi di coloro che fuggono lo fanno da situazioni di difficoltà e di guerra, in particolare da Centro Africa, Mali e Siria, sono persone che hanno diritto di asilo».

Se ne facciano una ragione i politicanti di verde vestiti, che continuano al di là di ogni logica a propagandarli come hotel a 5 stelle. Se ne renda conto quella massa acritica che al muro di Gradisca e agli altri muri d’Italia si è rapidamente abituata, rigettando qualsiasi impulso a domandarsi cosa essi nascondono. Di CIE si muore, e il 30 aprile 2014 un ragazzo è morto.
Non si è mossa foglia attorno a lui per mesi. Una parvenza di movimento suscitò la notizia della sua caduta dal tetto del mostro di Gradisca, ad agosto.Quell’agosto in cui una pioggia di lacrimogenicadde sui migranti “colpevoli” di voler festeggiare la fine del Ramadan all’aperto.Notti di agosto in cui i detenuti salirono sul tetto del CIE per vedere il cielo, sfuggire all’aria impestata dai CS e gridare ad una cittadina indifferente che non ne potevano più di quell’isolamento. Per un attimo sembrava che le vite dei reclusi senza nome del CIE potessero avere un valore mediatico, perché una notte di agosto Majid è caduto dal tetto, ed ha battuto la testa. Per un attimo solo i riflettori si sono accesi sul CIE di Gradisca mostrandolo per quello che è, un luogo di negazione, non solo di diritti ma della vita stessa. Poi però il sipario è velocemente calato. Calato su quei successivi giorni di caldo e ansia, in cui i compagni di sventura di Majid hanno cercato in ogni modo di rintracciare la sua famiglia in Marocco, perché sembrava che le autorità avessero altro a cui pensare, o forse non era così importante dire ad una madre che suo figlio giaceva in coma in un paese straniero.
Calato sull’ospedale di Cattinara, a Trieste, dove i finalmente rintracciati cugini di Majid, residenti in Italia, hanno cercato di fare visita al loro congiunto e si sono trovati di fronte un muro fatto di burocrazia e negligenza. Perché, disse loro una solerte dottoressa, “dall’ispettore del CIE” arrivava l’ordine di non fare entrare nessuno in quella stanza. Perché i cugini andavano identificati, non fosse mai che due finti cugini cercassero di vedere un ragazzo in coma per chissà quali loschi fini.
Nessuno si curò di renderlo noto, come se fosse normale che la longa manus del CIE arrivasse addirittura fin dentro ad un ospedale, come se Majid fosse un sorvegliato speciale, come se ci fosse un interesse superiore da tutelare nel tenerlo isolato. Nessuno si curò neanche di facilitare la venuta del fratello di Majid dal Marocco. Perché si sa, quella frontiera che l’Europa difende a costo di migliaia di vite è invalicabile, se non si possiede un visto. E quel visto, ai familiari di Majid in Marocco, nessuno ha pensato di concederlo. I mesi sono passati, e il silenzio è stato il fedele compagno della lotta di Majid in un letto d’ospedale. Luci spente, perché gli ultimi non saranno mai i primi, non in questa vita.
Sei giorni prima della sua morte, abbiamo chiesto al nuovo Prefetto di Gorizia se un’indagine fosse mai stata aperta su quanto accadde la sera della caduta dal tetto. “Non mi risulta”, detto con la stessa partecipazione emotiva che si potrebbe avere dicendo che no, stasera in centro non c’era traffico. Chissà se al Prefetto risulta che questo ragazzo è morto, e se si rende conto che il CIE, diretta emanazione di uno stato segregazionista, lo ha ucciso. Chissà se ora il Prefetto sa spiegare perché la famiglia di Majid è stata avvisata della sua morte con una settimana di ritardo. Chissà se sa spiegare perché è stata disposta un’autopsia senza interpellare la famiglia. Abbiamo visto Majid qualche giorno prima che morisse, i suoi occhi guardavano un punto intangibile di uno spazio a noi sconosciuto. Quel ragazzo descritto dai cugini come una forza della natura stava ancora lottando, e sicuramente non ha smesso di farlo fino all’ultimo. Noi sommessamente abbiamo lottato per lui in questi mesi, ma non è servito a tenerlo in vita. Ora lottare significa fare in modo che di Majid ci si ricordi.
Tenda per la Pace e i Diritti, Staranzano (GO)